Grazie Eccellenze, colleghi Consiglieri,

probabilmente molti si chiederanno perché, nel 2017, ancora è necessario parlare di “rappresentanza femminile”. La risposta è purtroppo semplice: quelle che in economia vengono definite “barriere all’entrata”, per quanto riguarda la vita politica –ma non solo purtroppo-, sono ancora presenti se si tratta di donne. Viviamo in una società piena di “barriere all’entrata” alle volte solide, altre volte più morbide, alle volte siamo noi stesse a porle ma, in ogni caso, sono presenti.

Questo non significa che le donne non possono fare politica, significa che hanno più prove da superare, più ostacoli. Si devono far largo in un mondo storicamente plasmato dagli uomini e per gli uomini.

Io ringrazio sentitamente la Commissione per le Pari Opportunità per la Relazione che stiamo discutendo perché ha centrato perfettamente le criticità e offerto un ventaglio di soluzioni che meritano un approfondimento.

Partiamo da un punto di vista storico: nel nostro Paese non è stato semplice il percorso di riconoscimento dei diritti delle donne. In ritardo rispetto a tanti stati, tra cui Inghilterra e Italia, a San Marino le nostre donne hanno dovuto lottare non solo per avere il voto (attivo e passivo, in momenti diversi), ma anche per un riconoscimento giuridico pieno e, non da ultimo, la lotta per il mantenimento della cittadinanza. Consentitemi di ringraziare, non solo per la lotta per il diritto alla cittadinanza, ma per tutte le battaglie feroci che hanno portato avanti a partire dagli anni ’50, tutte le donne dell’Unione Donne Sammarinesi. Io le ringrazio perché è anche grazie al loro mettersi in gioco, fare squadra, al loro lavoro – oltre al prezioso e determinante lavoro e fare squadra delle donne che in determinati momenti sono state Segretarie di Stato e Consiglieri – che io posso essere in quest’Aula come cittadina d’origine poiché figlia di donna sammarinese. Loro hanno dato l’esempio e per me, al di là dell’appartenenza politica, sono state e sono un esempio.

A San Marino le donne hanno potuto votare per la prima volta nel 1964 (Lg. 23/12/58 n. 36) e non è stato un risultato semplice da ottenere perché il pensiero comune – e purtroppo in questo la sinistra non ha esattamente brillato – era quello che le donne difficilmente potevamo avere un pensiero completamente autonomo, andavano un po’ troppo in Chiesa e quindi erano più “addomesticabili”, “inclini ad essere condizionate” da quello che poteva dire il prete di turno. Stereotipo: le donne pensano a corrente alterna/ le donne non capiscono di politica. Nel 1973, con la Lg. 10/09/73 n. 29 finalmente alle donne è consentito anche il voto passivo.  Le prime donne ad entrare in quest’Aula furono, in seguito alle elezioni del 1974: Clara Boscaglia (DC), Marina Busignani (PSS), Anna Maria Casali (PC) e Fausta Morganti (PC). La prima donna Segretario di Stato – o meglio, Deputato- fu Clara Boscaglia sempre nel 1974 e nel 1976 divenne Segretario agli Interni. Solo nel 1981, con Maria Lea Pedini, San Marino avrà la prima donna Capitano Reggente per il semestre 1° aprile – 1° ottobre. Altre donne negli anni hanno avuto l’onore di accedere alla più Alta carica del nostro Paese e, ad aprile di quest’anno, questo Consiglio Grande e Generale ha scelto, per la prima volta nella nostra storia millenaria, due donne. I tempi sono stati finalmente maturi per fare questo ulteriore passo avanti e abbattere un tabù istituzionale. Il 16 marzo 2017, giorno dell’elezione dei nuovi Capitani Reggenti, qua dentro, abbiamo dato l’esempio.

Permettetemi una parentesi: il semestre appena trascorso ha messo alla prova la tenuta anche delle conquiste – politiche e istituzionali -che negli anni tante donne hanno portato avanti, tutte insieme, senza distinzione di orientamento politico o ceto.

L’ha ricordato la collega Mimma Zavoli in comma comunicazioni, altre colleghe di minoranza si sono sentite tirate in causa, ma d’accordo o meno con quanto ha detto la collega, c’è un dato di fatto: di fronte alla continua messa in discussione della Reggenza, di quella Reggenza, di fronte alle accuse e alle minacce più o meno velate che sono arrivate da quest’Aula, qui dentro le donne – e sì, mi rivolgo esclusivamente alle Consiglieri donna – non hanno probabilmente capito che l’attacco alla Reggenza è stato un attacco anche a loro, a chi è stata in quest’Aula prima di noi e a chi ci verrà in futuro. Il non aver saputo lasciare da parte il dibattito politico per difendere la Reggenza è stata una sconfitta e lo dico veramente con rammarico, perché quando ho avuto l’onore di diventare Capitano Reggente, quando l’allora S.E. Berardi mi ha passato il Collare, io mi sono sentita il dovere e il “peso” di quello che quell’atto- in quel momento- significava per tutte. Mi sono sentita la responsabilità non solo di fare un buon lavoro, ma un ottimo lavoro e certi atteggiamenti mi hanno deluso. Quel senso di responsabilità era anche dato dal fatto che – per fortuna o purtroppo- noi donne dobbiamo sempre dimostrare quel qualcosa in più, della serie “abbastanza non è abbastanza”.

Vorrei anche chiarire una cosa, prima di riprendere giustamente l’analisi della relazione della Commissione, la Reggenza Zavoli – D’Ambrosio non ha mai chiesto “trattamenti di favore”, perché qualcuno ha fatto passare anche questo messaggio. Noi pretendevamo di essere trattate come ogni coppia reggenziale, né più né meno. La Reggenza è stata messa in discussione perché molti qui non hanno riconosciuto le persone che stavano rappresentando la Suprema Magistratura.

Nel 2017 il nostro Paese ha vissuto un passaggio storico. La forza di quella scelta è che ha vinto il Paese, ha vinto su uno degli ultimi tabù istituzionali. La forza di quella scelta è stata quella di dire, urlare, “ci siamo! Si può fare!”. La forza è stata quella di dimostrare a tutte le donne, a tutte le ragazze e a tutte le bambine di questo Paese che se non ci si siede su ciò che si è riuscite a conquistare, si possono fare passi avanti importanti e fortificare le conquiste.

Perché ho voluto sottolineare questo passaggio? Perché in sei mesi c’è stato un concentrato di stereotipi che di solito noi donne dobbiamo subire e c’è stata anche della malafede, perché è stato un continuo tentativo di farci sbagliare, di farci cadere, per dimostrare che “le donne non sono fatte per avere ruoli così importanti”.

Perché ho voluto fare questo inciso? Perché, a differenza di quanto mi ha detto qualcuno, non è stando zitte e buone che facciamo bene alla “causa”. Le donne non si sono mai tirate indietro e non hanno mai avuto remore nel dire pubblicamente i limiti che la società e la politica hanno. Dobbiamo fare i conti con la realtà, abbiamo bisogno di averne coscienza e dobbiamo agire per cambiare, insieme, ciò che ancora non funziona, cambiare i luoghi comuni e svuotare gli stereotipi. Dobbiamo e possiamo dare l’esempio.

 

Dal punto di vista culturale, che è strettamente legato agli stereotipi perché sì, ha ragione la Commissione quando evidenzia il peso degli stereotipi di genere e del fatto che assorbono la quotidianità, sono ovunque. Non bastano infatti le barriere del fattore tempo, del fattore organizzativo ed economico, ma dobbiamo contrastare anche gli stereotipi di genere che sono i più insidiosi, perché – lo ricorda la Commissione – sono “radicati trasversalmente”. Sono state fatte diverse normative, sia del Parlamento Europeo sia di Stati Nazionali come la Francia, però la questione si annida a livello culturale quindi, per abbatterli, è necessario attivare un profondo cambiamento culturale, a partire dall’educazione, dallo studio a 360° della rappresentazione del mondo, dall’indirizzare le aspirazioni di carriera delle giovani ragazze e far passare il messaggio che “possono diventare chiunque vogliano”, possono e devono avere ambizione, voglia di mettersi in gioco.

Un cambiamento culturale che necessita di esempi anche nella vita quotidiana e in questo, anche chi è in quest’Aula ha il dovere primario di dare l’esempio.

Un cambiamento culturale che però ha bisogno di tempo e quindi la sfida è trovare il punto di equilibrio tra un processo a lungo respiro e una necessità di riequilibrio nel breve e medio periodo.

A questo proposito, la Relazione spiega le famose “quote rosa”, materia che divide la stessa comunità “femminista”, perché ci sono donne che le reputano inutili e altre che ne rilevano la necessità.

La questione è una: avere dei punti fermi mentre un processo è in corso e le “quote rosa” possono essere quel punto fermo. Ci sono 3 tipi di quote di genere generalmente utilizzate in politica: a) seggi riservati; b) quote di genere per i candidati nelle liste elettorali; c) quote di genere volontarie all’interno dei Partiti politici.

“La piattaforma di Azione di Pechino del 1995 afferma che la parità di genere nelle posizioni decisionali è fondamentale per il progresso dei diritti delle donne e che la partecipazione paritaria delle donne in politica non solo è una questione di giustizia e democrazia, ma anche una condizione necessaria affinché le rivendicazioni femminili siano accolte.” Sappiamo che la media mondiale delle donne parlamentari – nei Paesi a monocamerale – si attesta al 23.4%, la media europea è del 26.4% includendo i paesi nordici. San Marino si attesta al 23.3%, quindi nella media. Un dato che ovviamente si riflette anche a San Marino è che le donne sono più propense ad attivarsi e lavorare in contesti più dell’associazionismo o relativo alle realtà locali, probabilmente per una migliore gestione organizzativa della giornata. (Giunte 2014: 44.4% Capitani di Castello donne e di un 30.7% di donne membri di Giunta).

Infine, la Commissione Pari Opportunità propone un ventaglio di soluzioni di cui, penso, dobbiamo fare ulteriori confronti e approfondimenti, metterci al tavolo con tutte le componenti che sono coinvolte e analizzare non solo le proposte della Commissione, ma valutare concretamente come poterle concretizzare.

Grazie.

 

Vanessa D’Ambrosio