Sfiduciare il presente per ridare fiducia al passato. Ad un passato in cui la Repubblica è stata messa in ginocchio dagli interessi di parte, con una politica che dimenticando il senso dello Stato aveva deciso di privilegiare le spinte dei tanti che se ne sono approfittati, della deregulation e dei privilegi non compatibili con le esigenze di trasparenza e cooperazione che la comunità internazionale stava manifestando.

L’inganno della lettera all’Ocse del 2001 in cui si prometteva disponibilità allo scambio di informazioni, il volta faccia del 2006 in cui la disponibilità di uno Stato allora amico, è stata tradita nell’ultim’ora per dare credito ai potenti di turno, rappresentanti proprio di quegli stessi interessi che prosperavano negli interstizi di una piazza finanziaria fasulla tutta protesa a nascondere e occultare piuttosto che a generare servizi innovativi e sostegno all’economia reale.

Ci sono voluti 8 anni per recuperare quella credibilità indispensabile per affacciarsi nuovamente sui mercati con la dignità dei concorrenti leali, a partire dall’intenzione di decretare unilateralmente la decisione dello scambio di informazioni e fino alle riforme, più o meno forzate, che hanno rivoluzionato il nostro ordinamento e la nostra economia.

Ma il processo non è finito: i danni di quegli anni apparentemente d’oro, ma in realtà di latta, si sono riversati nel sistema bancario generando una situazione a dir poco emergenziale.

Il sistema non è oggi semplicemente in crisi, ci troviamo in una situazione di grave calamità che solo provvedimenti straordinari possono riuscire a contenere.

Di fronte a questo scenario le posizioni possono essere solo due: o si prolunga l’agonia del sistema tamponando, coprendo, rimandando le soluzioni, oppure si prende il toro per le corna e con la determinazione necessaria, si mettono a nudo le situazioni dolorose, i problemi gravi, si fa sistema, si chiede assistenza internazionale e si adottano decisioni difficili.

I cittadini il 4 dicembre hanno chiesto di adottare questa seconda strada.

La prima, quella che scende in piazza, e ritiene che la situazione possa essere recuperata tornando al passato, non è la nostra strada. I vecchi schemi di gestione del credito e di approssimazione nella determinazione degli standard, non sono più praticabili.

Quando si è in un mare in tempesta l’istinto porta a farci credere che tornare indietro sia la soluzione migliore non valutando che così facendo la tempesta non può che farci naufragare sugli scogli.

Vorrebbero tornare al passato una nutrita schiera di opposizioni alcune perché ancora affascinate dall’età dell’oro/di latta, in cui era facile dominare distribuendo privilegi, altre perché “tanto peggio, tanto meglio”, naufraghi pure il Paese così la politica fallisce e il populismo finalmente non potrà che stravincere.

Fanno parte di questa schiera quelle componenti sociali che hanno prosperato nel vecchio sistema e pensano di poter continuare a farlo.

Ne fanno parte purtroppo quelle componenti sociali e professionali che non hanno capito la crisi del 2006 e mai hanno mostrato lungimiranza rispetto alla necessità di anticipare i tempi per avere un Paese pronto alla sfide.

Con quelle componenti sociali dobbiamo anche noi di maggioranza fare ‘mea culpa’ poiché si sentono escluse dai processi decisionali e per questo hanno scelto di stare dalla parte sbagliata mettendosi nelle mani di coloro che nel cambiamento vedono la fine del loro potere e interessi.

Una situazione paradossale che si spinge fino al punto che ormai le riunioni politiche si fanno nelle sedi delle forze sociali e si decide di scendere in piazza tutti insieme sigle imprenditoriali, sindacali e partiti di opposizione.

Nella storia non era mai successo che una manifestazione sindacale si facesse contaminare dalla presenza dei partiti e ricordo che il primo maggio, quando ancora si aveva la forza di organizzare una manifestazione per le vie del centro storico, ai partiti che erano ammessi venivano assegnati spazi circoscritti e ben delimitati.

Questa associazione di forze oggi interviene per esprimere la sfiducia al Segretario di Stato delle Finanze, reo di essere il rappresentante più in vista del processo di cambiamento in atto nel mondo bancario.

Colpire Simone Celli quindi per bloccare il processo teso a ridare forza e autorevolezza al sistema. Colpire Celli per frenare l’AQR e la possibilità di mettere a nudo i problemi e le debolezze del sistema.

Colpire Celli per impedire che si possa concludere il percorso di trasmigrazione degli attivi e dei passivi di Asset in Cassa di Risparmio. Colpire Celli per rallentare i percorsi di ricapitalizzazione delle banche che chiedono agli attuali azionisti uno sforzo importante ma indispensabile.

Colpire Celli per frenare il cambiamento delle governance degli istituti di credito, Cassa di Risparmio in primis, nell’ottica delle nuove sfide che si aprono.

Colpire Celli per rimandare decisioni difficili come quella che riguardano la finanza pubblica e una nuova, più equa, distribuzione delle risorse.

La prima fase, quella delle analisi, che è entrata in profondità per capire la dimensione di una malattia conclamata è finalmente conclusa: peccato avere avuto tanti, che non capendo, si sono opposti a questo percorso dando spazio politico a chi invece lo aveva capito bene e ha fatto con le mani e coi piedi per impedirlo.

Siamo in piena seconda fase quella dei primi provvedimenti tesi a sanare le falle più eclatanti e garantire liquidità al sistema e individuare le prime, ma non sufficienti, strade per ripatrimonializzarlo.

I tre decreti vanno in questa direzione, le decisioni che con grande competenza vengono assunte in Cassa di Risparmio, vanno in questa direzione.

Dobbiamo però ancora aprire la fase tre, quella della destinazione delle risorse siano queste la spesa pubblica e il debito pubblico.

Mi rivolgo, anche a nome dell’intera maggioranza, alle forze sociali e politiche che intendono mettere al di sopra di tutto l’interesse dello Stato: lo vogliamo fare insieme questo tentativo?

Volete rimanere chiusi nei vostri orti o vogliamo iniziare a cooperare per il bene della Repubblica?

La nostra disponibilità c’è, piena e reale, lo dimostrano gli atti tesi a favorire il dialogo che in questi giorni la Segreteria delle Finanze ha messo in campo.

Mi auguro che da questo dibattito che chiede la sfiducia, possa invece riproporsi una nuova fiducia più grande non solo a Simone Celli, ma per un futuro che abbiamo il dovere di garantire.