Mercoledì 6 dicembre gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto Gerusalemme capitale dello stato di Israele e Donald Trump ha approvato il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città Santa.

Questa dichiarazione ha avuto l’effetto di un terremoto in Medio Oriente, il mondo itero è col fiato sospeso per le possibili conseguenze.

Le dichiarazioni di Trump hanno messo seriamente in difficoltà la teoria dei trattati di pace, che vedono due popoli – due stati, con capitale comune a Gerusalemme.

Il governo palestinese ha subito dichiarato di non volere più la mediazione del governo americano nel processo di pace fra Israele e Palestina.

Il leader di Hamas, Haniyeh, ha annunciato l’inizio della terza intifada con il motto “Libertà a Gerusalemme e in Cisgiordania”, sottolineando che la dichiarazione di Trump apre la porta agli interessi americani nella regione.

E così venerdì 8 dicembre è stato il giorno della rabbia, negli scontri sono morte 4 persone e ci sono stati oltre 1250 feriti.

La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti sicuramente è in contrasto con due risoluzioni ONU del 1980 sullo status della città: la n°476, che condanna l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e nega qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformare Gerusalemme nella sua capitale, e la n°478 che dispone il ritiro di tutte le ambasciate dei vari Paesi da Gerusalemme. Ad oggi queste si trovano infatti tutte a Tel Aviv. Nessuno Stato, nemmeno gli Stati Uniti, fino alla dichiarazione di Trump, riconosceva dunque Gerusalemme capitale di Israele.

Per andare all’origine del conflitto israelo/palestinese, con una troppo breve sintesi, nel 1917 il governo inglese promise parte della terra di Palestina al movimento sionista, perché diventasse la nazione del popolo ebraico. Nel ‘48 la promessa divenne realtà e lo stato ebraico di Israele fu creato, anche come reazione all’antisemitismo manifestatosi brutalmente con la shoah durante la seconda guerra mondiale. Questa azione però ebbe come effetto collaterale l’espulsione di più di 700.000 palestinesi dalle loro case e città, con numerose vittime. Ancora oggi nel 2017 milioni di palestinesi sono profughi nel mondo per la diaspora e soffrono in Palestina x la continua e ampliata occupazione israeliana dei loro territori, attraverso la costruzione degli insediamenti.

Sul riconoscimento di Gerusalemme capitale dello stato di Israele da parte degli Stati Uniti, Turchia, Egitto, Quatar, hanno espresso la loro contrarietà, come pure la Francia. Federica Mogherini ha assicurato la ferma posizione di Bruxelles sulla soluzione di Gerusalemme come futura capitale di entrambi gli stati e Angela Merkel ha dichiarato che la soluzione deve essere frutto di un concordato che soddisfi le aspirazioni di entrambe le parti, stessa affermazione del premier italiano Gentiloni.

Il Vaticano ha riconosciuto lo Stato Palestinese nel 2012. Papa Francesco in questi giorni ha fatto numerosi appelli alla pace, “Gerusalemme – ha detto– è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Ha fatto un appello perché prevalgano saggezza e prudenza, per evitare nuovi elementi di tensione”. Inoltre, ha rinnovato la propria convinzione che solo una soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi possa portare a una pace stabile e duratura e garantire la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini internazionalmente riconosciuti.

“Anni di sforzi diplomatici in macerie”, così dichiara la sua contrarietà la Cina, sottolineando che l’annuncio di Trump potrebbe innescare una rabbia crescente dei paesi arabi verso gli Stati Uniti e i cittadini americani.

Anche l’Arabia Saudita, notoriamente partner commerciale e non solo dell’America, ha definito la decisione irresponsabile e ingiustificata, un grande passo indietro nel processo di pace, un passo che viola la posizione di neutralità degli Stati Uniti su Gerusalemme.

Per il re di Giordania questa decisione offende i musulmani e i cristiani del mondo ed è contraria alla Dichiarazione dei Diritti Umani dell’ONU.

Tante altre ancora le dichiarazioni negative, dalla Federazione Russa, alla Bolivia.

I leader cristiani di Gerusalemme sono “certi” che i passi che Donald Trump si accinge a intraprendere “aumenteranno l’odio, il conflitto, la violenza e le sofferenze a Gerusalemme e in Terra Santa”. Lo dicono in una lettera inviata al presidente i nove responsabili delle chiese cristiane, tra cui Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino, e padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa. “Il nostro consiglio – aggiungono – è di continuare a riconoscere lo status quo a Gerusalemme. Ogni cambiamento improvviso provocherebbe danni irreparabili”.

Amos Oz, famoso scrittore e saggista israeliano, intervistato sui fatti accaduti, ha commentato in questo modo: “Il governo della Repubblica Ceca ha dichiarato che riconosce Gerusalemme Ovest, quella delimitata dalla cosiddetta linea verde che è il vecchio confine precedente la guerra del 1967, come la legittima capitale di Israele. Aggiunge inoltre che, al momento giusto, sarà ben contento di muovere la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme Ovest, come del resto sarà ben disposto ad aprire contemporaneamente una sua ambasciata per la Palestina a Gerusalemme Est. Ecco mi sembra di poter dire che il mio pensiero ben si riflette nella mossa del governo ceco».

Ritorna quindi convinto più che mai sulla risoluzione “due popoli, due stati entrambi con la capitale a Gerusalemme”.

In questa situazione è importante che ci siano più paesi che, come hanno riconosciuto lo stato di Israele, così riconoscano lo stato palestinese.

Venerdì 8 dicembre, durante il vertice per la sicurezza e la pace tenuto al Cairo, i ministri degli Esteri e il Consiglio della Lega degli Stati arabi hanno chiesto il riconoscimento internazionale dello Stato palestinese entro i confini del 4 giugno 1967, con la capitale a Gerusalemme Est.

Il ministro degli esteri dell’Autorità palestinese, al Cairo ha affermato che “Il tempo non lavora per la pace. La decisione dichiarata dal presidente Trump rende ancora più amara e pericolosa questa verità. Ecco perché sarebbe importante un atto politico da parte dell’Europa: ribaltiamo la tempistica, partendo dal riconoscimento dello Stato di Palestina come viatico, per poi discutere al tavolo negoziale i confini, il controllo delle risorse idriche, il diritto al ritorno dei profughi del’48. E lo status di Gerusalemme. Un atto di questo genere rafforzerebbe il dialogo e sarebbe molto più di un atto riequilibratore”.

Ricordo bene nel 2012 quando l’ONU riconobbe la Palestina, con 138 voti favorevoli e 9 contrari.

In quella circostanza San Marino fu il 41° paese ad astenersi, perché si trovava in una situazione di passaggio fra un governo uscente e uno nuovo ancora non pienamente insediato.

Oggi la situazione è ben diversa, il governo è insediato da un anno e può compiere una scelta decisa, improntata ai principi universali che si riconoscono a tutti gli Stati e ai Popoli, una scelta di rispetto e di Pace, in linea con la tradizione di libertà della più antica Repubblica del mondo.

Una scelta che vuole mantenere i buoni rapporti di amicizia con lo stato di Israele e non rappresenta una minaccia per nessuno, ma semmai dichiara la sovranità di entrambi gli stati e il loro diritto di esistere.

È necessario riconoscere lo stato Palestinese ed aprire con esso un canale diplomatico stabile.

Ora tocca a San Marino: è il momento giusto per lasciare un segno positivo nella storia!