Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la risoluzione 181 (II), che divenne nota come la Risoluzione sulla Partizione. La risoluzione stabiliva la creazione in Palestina di uno “Stato ebraico” e uno “Stato arabo”, con Gerusalemme come ”corpus separatum” sottoposta a un regime internazionale speciale. Dei due Stati previsti dalla risoluzione solo uno, Israele, ha visto la luce. Il popolo palestinese, attualmente composto da otto milioni di persone, vive in territori in gran parte occupati da Israele già dal 1967.

Questa situazione, dolorosa per entrambi i popoli e sempre più difficile da capire e sostenere, è sicuramente il cuore di tutti i conflitti del Medioriente, anzi oggi possiamo dire con certezza che non ci sarà pace in Medioriente finché non sarà risolta la questione palestinese.

Non ci conosciamo a vicenda, non conosciamo le nostre motivazioni. Dobbiamo abbattere questi muri e conoscerci, parlare, capire insieme come trovare la via giusta per la riconciliazione”. Queste le parole di Parents Circle, un’associazione che raccoglie tante famiglie delle vittime del conflitto, sia israeliane che palestinesi.

Nonostante si parli di pace, risulta amaro constatare come la vita degli israeliani e dei palestinesi sia totalmente separata.

Non bisogna essere pro o contro Israele, ma sicuramente essere a favore di una soluzione e questa soluzione deve garantire la sicurezza di Israele. Perché ciò si realizzi, è fondamentale che ci sia uno Stato Palestinese, con il pieno riconoscimento internazionale della sua autonomia e indipendenza.

“La pace non è un’utopia” – affermano 30 mila donne dell’Associazione Women Wage Peace – “ma è il fondamento necessario per la vita dei due popoli in questo luogo, nella sicurezza e nella libertà”.

I muri della paura un giorno scompariranno: appare ormai fin troppo evidente che il conflitto è esclusivamente una questione politica e non una reale volontà dei due popoli.

Sinistra Socialista Democratica