Questa legislatura si è aperta con una sorpresa: la maggioranza parlamentare forte dei propri numeri ha deciso di escludere la minoranza da ogni decisione relativa alla designazione dei nuovi membri del Collegio Garante della Costituzionalità delle norme. Una decisione assunta d’imperio che disattende ogni regola democratica che da sempre riconosce alle opposizioni il diritto di calibrare con le proprie proposte l’equilibrio dell’organo supremo di tutela Costituzionale.

Consci del grave atto perpetrato alcune voci della maggioranza hanno affermato come l’incidente sia stato motivato dall’urgenza, dando assicurazioni che avrebbe rappresentato un’eccezione.

Tutt’altro.

Subito dopo, il primo atto legislativo promosso e approvato dal nuovo governo, nonostante ben altre priorità si fossero affacciate all’orizzonte, ha riguardato il modo di designare i componenti del Consiglio Giudiziario affinché venissero esclusi i nuovi magistrati di appello ed avere così un organo più consono alle visioni della maggioranza.

Le pressioni e le ingerenze politiche esercitate sul Collegio Garante della Costituzionalità delle norme, si sono poi riversate sul Consiglio Giudiziario, organi  questi che dovrebbero godere della massima autonomia e indipendenza.

In questo clima non certo favorevole ma sollecitate dalla gravità della crisi economica incombente, le forze politiche avrebbero dovuto mettere in atto quanto stabilito a dicembre con un articolo di legge dal Consiglio Grande e Generale, dopo il difficile lavoro svolto sul tavolo istituzionale, cioè che i provvedimenti che riguardano le modalità per affrontare l’emergenza economica debbano essere discussi di comune accordo fra forze politiche e sociali, non fosse altro per suddividersi le responsabilità.

Il governo si è invece completamente dimenticato della norma approvata ed ogni decisione, seppur minima, è stata adottata nella ristretta cerchia del Congresso di Stato e di pochi privilegiati della maggioranza consiliare, somministrando poi al Consiglio Grande e Generale solo le ratifiche.

La situazione è peggiorata enormemente con l’arrivo della pandemia.

I decreti legge, un’eccezione da usare con ponderazione e prudenza, si ripetono a raffica, producendo i propri effetti sulle limitazioni delle libertà personali. Quando questi si devono poi discutere in Consiglio Grande e Generale per la ratifica, sono già ampiamente superati da nuovi decreti che cambiano i precedenti a loro volta non sottoposti a discussione e ratifica.

Una situazione che costringe le opposizioni a proporre emendamenti di articoli aggiuntivi per dare risposte alla contingenza, regolarmente bocciati dalla maggioranza con la scusa di non essere inerenti al tema in discussione.

Una sorta di cane che si morde la coda senza mai raggiungerla, una democrazia che ha iniziato a girare a vuoto.

Il nostro Parlamento ha così imboccato una spirale che lo sta progressivamente esautorando dalla possibilità di incidere sulle decisioni e lo relega al semplice compito di prendere atto di ciò che ha deciso d’imperio il governo e spesso ha già manifestato ed esaurito i propri effetti.

In piena pandemia questa modalità poteva anche essere giustificata dalla situazione in cui stava precipitando la situazione sanitaria, con indici di contagio, di malati e di decessi fra i più gravi registrati al Mondo.

Devo confessare che un mese fa il mio gruppo politico al Consiglio d’Europa, i Socialisti e Democratici europei, ha promosso un’indagine sulla tenuta della democrazia nei nostri Paesi. Ho risposto al questionario indicando come le limitazioni alle regole democratiche a San Marino fossero imposte dall’emergenza, e a mio parere fossero giustificate, fugando ogni dubbio sui rischi di un’involuzione autoritaria.

Ad un mese di distanza, dovrò rispondere alle stesse domande e non credo che sarò così pacato, in quanto i provvedimenti che il governo continua ad adottare nell’ottica dell’urgenza risultano essere, ogni giorno di più, imposizioni dovute all’eccesso nell’uso della decretazione non delegata, in una fase in cui sarebbe invece necessario essere più riflessivi per analizzare con attenzione i provvedimenti che devono avere visioni prospettiche di più ampio respiro.

A dire il vero, nelle more dei provvedimenti dettati dal Coronavirus, il Governo è anche particolarmente attivo nell’unica azione che pare gli stia particolarmente a cuore: quella di smantellare quanto fatto dal governo precedente, dimenticando non solo la scala delle priorità, ma anche senza discernere fra progetti giusti e progetti sbagliati.

Si pensi alla sostituzione forzata delle figure che potevano rappresentare un’utile continuità in progetti notevolmente avviati, ancor peggio alla marcia indietro sul Porta a Porta, sul San Marino Bio, sulla trasparenza del sistema finanziario, sui percorsi di internazionalizzazione e sull’approccio all’Europa, fino all’accanimento contro chi ha avuto ruoli nella precedente legislatura, accanimento che occorre arrivare al dopo Rovereta per trovare uguali.

 

Dalle innumerevoli pagine dei decreti governativi, non emergono politiche proiettate verso il futuro ma timidi tentativi per reperire risorse, tese a compensare i maggiori costi derivanti dalla crisi sanitaria.

Tagli lineari sugli stipendi e sulle pensioni. Nessun tentativo di capire se gli effetti di un taglio in una famiglia manifesta i medesimi effetti su un’altra famiglia. Non c’è forse differenza fra quelle famiglie che vivono con un solo reddito e magari un particolare carico familiare e quelle invece che possono contare su più redditi? La semplice proporzionalità nel prelievo non ha senso e disattende ogni principio egualitario che può invece essere garantito con l’applicazione dell’Indice della Condizione Economica Equivalente. Una conquista sociale anche questa messa all’angolo da questo governo solo perché frutto del lavoro dell’esecutivo precedente.

Si giunge così all’ennesimo decreto che questa volta entra a gamba tesa sulla libertà di informazione. All’articolo 4 il DL 78 vieta la diffusione di dati e notizie relative al Coronavirus in difformità da quelle già diffuse dal Dipartimento della Sanità. Per i trasgressori si prevede una sanzione di € 1.000 comminata dal Dipartimento Prevenzione dell’ISS che diventa così anche organo di polizia. Una modalità questa che ricorda tristemente la legge ungherese sulle autorizzazioni che approvata dalla larga maggioranza del parlamento magiaro (anche in Ungheria c’è una maggioranza composta dal 70% dei parlamentari) di fatto impedisce che un organo di informazione avanzi critiche al governo per come sta conducendo le politiche di contrasto all’epidemia. Chi lo fa in Ungheria viene tacciato di essere un traditore e rischia la reclusione, ma l’effetto intimidatorio sui mezzi di informazione a San Marino non è da meno.

Una minaccia verso il quarto potere che fa il paio, anzi sopravanza l’azione di controllo perpetrata per l’omologazione degli organi che vigilano sulle regole della democrazia, quale il Collegio Garante e sull’amministrazione della giustizia quale il Consiglio Giudiziario.

Una deriva che continua anche in un altro campo delicatissimo della vita sociale della Repubblica e che mina uno dei principi fondamentali su cui poggia il nostro welfare state: l’universalità della cura. Inutile dire che l’art.9 del DL 78, che oggi non potremo discutere e magari bocciare, ma che esercita già i suoi effetti, disincentiva i cittadini e i lavoratori non solo a sottoporsi a screening per la verifica degli anticorpi al Covid, ma addirittura fa pagare esami che invece devono essere universalmente riconosciuti e induce al silenzio chi eventualmente avesse la sfortuna di risultare positivo.

Ricordo che uno dei principi di base della nostra sanità è quello di non interviene solo nel momento della cura, ma anche in quello della prevenzione facendosi carico dei costi e della organizzazione.

La disposizione prevista dall’art. 9 per cui chi, sebbene ligio al dovere dell’esame, dovesse risultare positivo di troverà a pagare gli esami microbiologici successivi e alla fine se negativo si vedrà negare il diritto al riconoscimento della assenza determinata all’obbligo della quarantena, è paradossale.

Tale disposizione lede il principio dell’Universalità della cura, che parte anche dalla fase della diagnosi, incrinando un caposaldo su cui si basa la solidità sociale su cui ancora può contare la Repubblica.

Ma non è finita.

La mentalità autarchica e autoritaria emerge anche da un altro provvedimento, quello che sospende la libertà di assunzione di lavoratori frontalieri.

Autarchia mai fa rima con democrazia.

Questo provvedimento allontana San Marino dall’Europa e smentisce la volontà espressa a più voci dal governo di essere aperti alla collaborazione con la vicina Italia. Come è possibile manifestare questa volontà quando si tornano ad emarginare i lavoratori italiani, rendendoli nuovamente subordinati al volere politico di chi dovrà dare un’autorizzazione affinché possano recarsi a San Marino e precarizzando ancora di più la loro posizione lavorativa. Mettetevi nei panni di chi ha ancora un contratto a tempo determinato e capirete quale lesione dei diritti sindacali si sta di nuovo materializzando sottoponendo a ricatto lavoratori che creano ricchezza per il nostro territorio, e impedendo una libertà che ha contribuito in modo efficace negli ultimi due anni al rafforzamento del nostro sistema industriale.

Ma la deriva, purtroppo, non finisce qui.

Un altro principio chiave della società democratica moderna sta per essere violato, quello dell’autonomia dell’amministrazione pubblica e soprattutto delle aziende pubbliche o a partecipazione pubblica dal potere politico. Autonomia che indica l’indispensabile continuità di funzione di enti e aziende che devono garantire nel tempo, al di là di chi governa una legislatura, la stabilità di un sistema.

Un principio che viene perseguito già dal 1980 dal momento dell’istituzione delle aziende autonome di Stato e che ha sempre di più ha portato il Consiglio Grande e Generale a nominare negli organi di controllo amministrativi, salvo errori ed eccezioni che sono sempre possibili, persone che piuttosto che accondiscendenza politica manifestassero competenza tecnica.

Ebbene con la legge di variazione al bilancio il governo vuole smantellare questo valore legando a filo doppio la nomina degli organi di gestione alle maggioranze politiche facendo addirittura coincidere la loro durata con gli inizi delle legislature e disattendendo le norme fissate negli statuti sociali. Ma non è finita il governo intende applicare la norma retroattivamente. Un dictact che farà dimettere gli organi già attualmente in carica senza farli giungere alle scadenze naturali. La smania di conquistare posizioni di potere amministrativo controllate dalla politica si manifesta in tutta evidenza e con temibile arroganza.

Ulteriori sviluppi pare si stiano prefigurando ancora una volta nella gestione del Tribunale e qualcuno pare voglia mettere in discussione il ruolo dei nuovi giudici di appello, mi auguro di no, ma questo governo in pochi mesi sta mettendo il Paese di fronte ad una deriva pericolosa.

Ne è dimostrazione il dibattito in comma comunicazioni che ha visto quasi tutti i Consiglieri di maggioranza, salvo preziose eccezioni che sappiamo contestano questo metodo, intervenire per redarguire l’attuale dirigente del Tribunale. Chiara è la finalità manifesta, quella di poterlo sfiduciare.

Devo dire che anche a me non sono piaciute alcune esternazioni espresse del Dott. Guzzetta nel dibattito in Italia, i termini che ha usato confliggono con un livello di critica giuridica che invece risulterebbe utile e necessaria. Non mi pare appropriato che il dirigente di un’istituzione sammarinese faccia quelle affermazioni. Ma non è possibile che un’intera sessione consigliare venga trasformata in un J’accuse nei confronti di una persona.

Troppo forte e insindacabile è il potere del dibattito consigliare che rischia di trasformare il dibattito democratico in una sorta di ostracismo di triste memoria.

Stiamo attenti.

Nel dibattito i Consiglieri Rossi e Nicolini hanno fatto interessanti riferimenti alla storia per ricordare come le calamità possano essere foriere di forti novità e sviluppo, ma anche di involuzione e limitazione dei diritti.

Attendo ancora di vedere quali sono le novità positive a cui ci dovrebbe indurre la riflessione che abbiamo potuto fare in questi ultimi due mesi sul significato dell’esistenza, sugli errori determinati nel ricorrere il progresso e sulla necessità di organizzare una nuova società.

Per il momento prendo tristemente atto solo delle limitazioni dell’autonomia nelle garanzie costituzionali, limitazione dell’indipendenza dell’organo di governo della magistratura e della magistratura stessa, delle limitazioni quando non un esautoramento del Consiglio Grande e Generale dalle scelte strategiche, delle limitazioni nei diritti sindacali dei lavoratori, delle limitazioni alla libertà di espressione, delle limitazioni all’autonomia degli organi amministrativi, delle limitazioni al diritto delle persone di poter collaborare con lo Stato.

Tutto ciò mi preoccupa, moltissimo.

Fermiamo in tempo questa deriva.