Questa istanza d’arengo tocca due temi molto importanti e molto dibattuti a livello etico, rispettivamente il concepimento e il fine vita di una persona.

Due questioni che toccano la sensibilità, su cui il pensiero si divide fra chi ha una considerazione statica dei principi e chi invece ritiene che esista una necessità di evoluzione improcrastinabile.

Andando per gradi l’Istanza chiede nella sua prima parte che venga riconosciuta al concepito , fin dal primo istante, in quanto tale, la qualità di persona, e in quanto tale, (immagino) una totale e completa capacità giuridica; questa condizione pone dei problemi non indifferenti: il Consiglio Grande e Generale ha sostenuto che a prescindere dal fatto che alla donna e al nascituro sia riconosciuta pari dignità, in determinate situazioni prevedibili dalla legge, la gravidanza possa essere interrotta, e su questa linea concorrono proprio le istanze d’arengo accettate da quest’aula nel settembre del 2016.

Se noi oggi decidessimo di considerare il concepito come persona, quindi investita di una totale capacità giuridica ci ritroveremmo davanti a due soggetti giuridici pressoché identici e pertanto la legge non potrebbe più ponderare una scelta, ad esempio prediligendo la salute psico-fisica della madre rispetto alla prosecuzione della gravidanza.

Con ciò non voglio insinuare che il concepito non sia degno di alcuna tutela ma, per me si creerebbe una situazione di “stallo Giuridico” che pregiudicherebbe o addirittura annullerebbe tutto il dibattito in precedenza svolto in materia di procreazione cosciente e responsabile e renderebbe nulla la presa in carico di tutte le istanze d’arengo approvate da quest’aula.

L’accoglimento della richiesta degli istanti inficerebbe il dibattito che siamo chiamati a fare nel momento sul progetto di legge di iniziativa popolare, già discusso in quest’aula in prima lettura e ora affidato alle Commissioni Interni, per quanto riguarda la tutela dei diritti e la modifica del codice penale e alla Commissione Sanità per quanto riguarda gli aspetti sociali e di salute della persona.

L’aspetto che mi preme sottolineare quindi è che la questione del diritto alla vita vada affrontata calibrando i diritti del concepito e quelli della madre e pertanto l’indicazione che mi sento di condividere, anche in vista dell’impostazione della legge in materia di procreazione cosciente e responsabile, è quello di puntare alla depenalizzazione del reato e il dibattito sui limiti deve mantenere una difficile, ma indispensabile, equidistanza.

Il secondo punto, anch’esso molto delicato, riguarda il fine vita, problematica che va declinata in più forme a seconda della realtà che si genera, ma che non può essere assolutamente trascurato. L’Istanza d’Arengo propone una formula generica che non considera il pensiero di coloro che si sono espressi, anche nel mondo cattolico, a favore di interventi che alleviando il dolore possono determinare un percorso più degno, che evita sofferenza e quindi confligge con quella che gli istanti definiscono come ‘fine naturale’.

Ciò nonostante appare del tutto evidente che si debba tutelare il diritto delle persone alla propria auto determinazione anche nel momento in cui non saranno più in grado di esprimerla, oppure quando confligge con il principio che l’interruzione della cura determina la morte. L’obiettivo di ottenere il diritto a depositare un ‘testamento biologico’ farà sempre più parte della coscienza civile, mentre l’istanza confligge in modo evidente contro questo obiettivo di progresso civile.

Per questi motivi il punto di vista che esprimo anche a nome del mio gruppo consiliare è quello di un voto contrario a questa Istanza d’Arengo, anche se devo ringraziare gli istanti per aver suscitato in quest’aula un dibattito molto importante e significativo.

 

Roberto J. Carlini

Consigliere di SSD