Grazie Eccellenze,

Siamo particolarmente sensibili al richiamo contenuto nel messaggio delle Loro Eccellenze del 16 febbraio scorso, sulla necessità di affrontare come sistema paese la grave emergenza sociale e umanitaria dei migranti.

Non si tratta qui di stabilire chi sia favorevole o contrario ai migranti, poiché la storia ci insegna, compresa la nostra, che il fenomeno della migrazione è sempre esistito e continuerà con la storia dell’uomo.

Oggi il mare Mediterraneo è la più grande tomba dei migranti.

La rotta che attraversa il Mediterraneo in direzione Italia, la cosiddetta “rotta centrale”, è la più mortale al mondo. Nel 2016 le morti accertate sono state 4581 e nel 2017 fra morti e dispersi sono stati 3119.

A livello mondiale, il numero di persone che fuggono da guerre o da povertà è in aumento.

Spesso guardando i telegiornali ci chiediamo come mai queste persone affrontano un viaggio così difficile, mettendo a rischio la loro stessa vita. Le risposte sono diverse e tutte pesantissime per noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere casualmente in questa parte di mondo.

La forbice tra ricchi e poveri del mondo si sta estremizzando oltre ogni ragionevole (e non accettabile) giustificazione, tanto che al Forum economico mondiale di Davos del gennaio scorso è stato evidenziato che otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone, in pratica l’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere come il restante 99%.

I dati dicono che multinazionali e i super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale , massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. Questo è uno dei più negativi risultati della globalizzazione selvaggia degli ultimi 20 anni.

Alla povertà crescente si aggiungono in diversi paesi conflitti e guerre che, nella maggior parte dei casi, hanno sempre alla base intenti predatori verso le risorse energetiche o i metalli pregiati di quei territori.

A livello mondiale, il numero di persone che fuggono da guerre o da povertà è in aumento, così come la pressione demografica dell’Africa.

È facile capire che in mancanza di un adeguato sviluppo economico nei loro paesi di origine l’aumento dei migranti non solo è inevitabile., ma è anche destinato a crescere.

Il viaggio che i migranti compiono nella speranza di trovare una vita migliore è disumano; in media dura 2 anni, da 20 a 24 lunghissimi mesi, in condizioni proibitive.

Oltre il 75% delle persone subisce episodi di violenza fisica e il 25%  muore a causa delle precarie condizioni di viaggio,  furti, rapimenti con richiesta di riscatto andati male.

I rifugiati e i migranti che dopo un viaggio di stenti e sofferenze arrivano in Libia, raccontano un’escalation di abusi e orrore. Vengono venduti e rinchiusi in campi prigione, dove sono picchiati e torturati perché devono telefonare a casa e chiedere soldi per poter pagare il viaggio, dunque un altro riscatto e nell’attesa sono costretti a lavorare in condizioni di schiavitù.

Alcuni tornano indietro, ma dopo che la famiglia ha venduto tutto per farli partire nella speranza di un futuro migliore, tornare a casa è un’ ammissione di fallimento e per tanti morire in Libia o in mare è meno grave che tornare indietro. Per molti di loro, dunque, la sola via d’uscita dall’incubo della Libia è su una carretta del mare, spesso costretti a salire sotto minaccia per la loro stessa vita.

Come arrivano, o non arrivano, lo vediamo tutti i giorni al telegiornale…

Un discorso a parte va fatto per le donne e per i minori.

Molte ragazze arrivano dal Gambia e dalla Somalia, ma la maggior parte proviene dalla Nigeria, dove l’emigrazione è prevalentemente femminile. Sono donne anche quelle che organizzano la tratta, le madame che gestiscono il traffico sono più rassicuranti per le giovani donne e le loro famiglie. A loro, prima di partire, si fa giuramento di fedeltà, che va rispettato “se vuoi che non accada nulla alla tua famiglia”.

Al confine tra Libia e Nigeria si arriva di notte, a bordo di pulmini che vengono fermati, le donne sono portate in mezzo al deserto, dove avviene il primo stupro di gruppo. E in questo buio iniziano a scomparire come individui: è la prima fase di annientamento della loro persona. Poi vengono vendute alle connection house, una specie di bordelli dove vengono incatenate e violentate. A questo punto non c’è scelta: o accetti o muori.

Arrivate in Libia devono pagare ancora e devono sperare di non salire sul barcone che gli scafisti hanno deciso di affondare dopo aver intascato il denaro. Se, invece, capitano su un mezzo che hanno interesse a far arrivare a destinazione per sfruttare le persone a bordo, faranno un viaggio costipate dentro un barcone, continuamente minacciate di morte.

Quando arrivano sulle coste italiane non si sentono più esseri umani. A volte arrivano in stato di gravidanza, frutto delle violenze subite. Sono annientate e, prima che di asilo politico, hanno bisogno che venga riconosciuto loro lo status di persona.

Non trovano il sogno dell’Europa che era stato promesso loro prima di partire: nella maggior parte dei casi la loro destinazione è la prostituzione. Sono costrette a soffocare il trauma di quanto hanno vissuto e di quanto saranno ancora costrette a subire sulle strade italiane.

Le donne rifugiate e richiedenti asilo presentano, rispetto agli uomini, maggiore vulnerabilità ed isolamento anche per il ruolo culturale attribuito loro dalle comunità di origine e dagli uomini di riferimento (mariti, fratelli e padri).

Le politiche dell’accoglienza devono assolutamente comprendere il recupero psicologico di queste persone, spesso minorenni, con la disponibilità di servizi socio- sanitari destinati specificatamente alle donne, che tengano conto dei loro percorsi di vita, dei traumi subiti e della difficoltà che esprimono nel raccontare le loro esperienze a soggetti estranei.

La maggioranza dei minori che ha viaggiato lungo la rotta del Mediterraneo centrale è stata costretta a lavorare nel corso del viaggio, spesso in condizioni fortemente usuranti, in genere in paesi di transito come Niger, Algeria o Libia. Raccontano del periodo trascorso in Libia come la parte più traumatica dell’intero viaggio, alcuni minori che speravano di poter restare a lavorare in Libia, hanno deciso di partire per l’Italia perché terrorizzati dallo stato di violenza generalizzata presente nel paese.

I minori, specialmente quelli che viaggiano da soli, sono senza dubbio i più esposti a rischi come violenze, abusi e sfruttamento di ogni genere.

Nel 2015, l’allora Alto Commissario per i rifugiati António Gutierres ha dichiarato: “Le migrazioni forzate hanno una grande influenza sui nostri tempi. Toccano le vite di milioni di esseri umani come noi – sia quelli costretti a fuggire che quelli che forniscono loro riparo e protezione. Non c’è mai stato così tanto bisogno di tolleranza, compassione e solidarietà con le persone che hanno perso tutto”.

San Marino ha più volte nella sua storia dimostrato di essere un paese accogliente e solidale con le persone in difficoltà, e per questa capacità il popolo sammarinese è stato riconosciuto da Papa Paolo VI come “Un piccolo popolo che parla ai grandi”. Le Loro Eccellenze bene hanno fatto a ricordare a quest’aula l’urgente sfida da affrontare sulla questione dei migranti, sfida che la nostra Repubblica può sostenere in relazione alle specificità del Paese e del suo piccolo territorio.

San Marino ha messo in campo nel recente passato due esperienze di accoglienza: la prima verso una signora siriana che è rimasta in territorio solo pochi mesi, la seconda relativa a un’ intera famiglia siriana di 5 persone, arrivata a San Marino attraverso un corridoio umanitario attivato con la comunità di Sant’Egidio. L’accoglienza della famiglia è stata molto positiva da parte della comunità di Borgo Maggiore e di tante persone che si sono impegnate per il loro inserimento. La famiglia poi si è trasferita in Germania, dove risiedono loro parenti.

Tuttavia una reale e costruttiva accoglienza deve andare oltre l’ altruismo, la generosità individuale o la carità. È necessario parlare di dignità delle persone attraverso un inserimento sociale concreto che comprenda l’istruzione, la conoscenza del paese, delle sue leggi della sua cultura, la formazione professionale e anche la possibilità per le persone di auto sostenersi attraverso un’attività lavorativa.

È necessario dunque elaborare un progetto che individui le disponibilità di accoglienza compatibili con il limitato territorio, le risorse economiche, che preveda diversi percorsi per una concreta integrazione e tenga conto delle migliori pratiche di accoglienza della vicina Italia e dei paesi europei.

Grazie Eccellenza!