Quella che andremo a discutere con questa istanza è una tematica estremamente delicata. Una tematica che nel recente passato ha diviso le opinioni nella vicina Italia, con dibattiti spesso aspri e che divide tutt’ora l’opinione pubblica. E diversamente non potrebbe essere considerate le diverse sensibilità della cittadinanza, tra chi vorrebbe una società più laica, e chi trova inviolabile il diritto alla vita, difendibile ad ogni modo ed in ogni situazione. Pertanto voglio ringraziare i firmatari della presente Istanza d’Arengo per avere sottoposto all’attenzione dell’aula tale tematica, ma anche per aver dato la possibilità di discuterne senza tanti giri di parole futili in un contesto istituzionale come questo. E’ abbastanza evidente che chi sostiene una posizione, mal digerisce e mal tollera l’idea dell’altro. Dove, come ben ricordano gli istanti, chi ritiene che la vita è sacra, resa ancora più dignitosa dal dolore provato, trova inconcepibile interpretare empaticamente la visione di chi ritiene che di fronte ad un male incurabile, la vera dignità è concedere di porre fine all’esistenza con una morte assistita. Chi ha seguito le cronache degli ultimi mesi si ricorderà sicuramente la vicenda italiana del dj fabo, del suo accompagnamento in una clinica specializzata svizzera per poter mettere fine alla proprie sofferenze. E anche qui la legislazione è spesso confusionaria creando situazioni border line da definire chiaramente con delle leggi certe.  Ma in Italia non solo il caso dj fabo ha dato scalpore, difficile non ricordare il caso welby del 2006, dove il medico anestesista Riccio interruppe la ventilazione artificiale su richiesta di quest’ultimo. Addirittura ai tempi ci fu un’accusa per omicidio, prosciolto poi nei mesi successivi motivando con un assecondamento della volonta del malato. Senza ombra di dubbio, ricorrere all’eutanasia, o sarebbe meglio dire suicidio assistito perché ad esempio in Svizzera è sempre il richiedente a bere da solo la medicina letale, deve essere l’extrema ratio, di un percorso che deve prevedere innanzi tutto un percorso psicoterapeutico e un opera di convincimento a desistere da tali volontà. Fondamentale nell’esperienza di molte cliniche svizzere, l’esclusione di tale pratica di chi ha malattie psichiche e non malattie terminali. E penso anche che non si può ridurre il tutto ad un mero discorso di fede, ma piuttosto al fatto che chiunque ha paura che sia un’altro a decidere per noi sulla fine della propria vita. Il mio auspicio è che oggi, con la discussione di questa tematica, si possa fare un passo in avanti su questa tematica, per rendere la nostra società, una società piu civile, più umana e più empatica verso i bisogni dei nostri concittadini.