Ringrazio i colleghi del PSD per aver portato il tema dello spreco alimentare e dei farmaci all’attenzione di questo Consiglio Grande e Generale, con un testo che ricalca in gran parte la legge italiana.
La Legge Gadda, dal nome del primo firmatario parlamentare del PD, ha compiuto un anno di vita lo scorso agosto. Si tratta senza dubbio del migliore strumento legislativo a livello di Paesi UE; anche Francia e Romania si sono dotate di una normativa nazionale in materia di spreco alimentare, ma è opinione diffusa che quella francese sia troppo dirigistica, mentre quella romena è lettera morta, poiché non trova applicazione…
Tuttavia dopo un anno di attuazione della Legge Gadda sono emerse delle criticità e degli aspetti migliorabili.
Varrebbe la pena di esaminarli, magari con lo stesso legislatore italiano o con Andrea Segrè, l’ispiratore di questa legge, o Paolo Azzurro, tra i fondatori di last minute market, così da introdurre nell’ordinamento sammarinese una legge commisurata veramente alla nostra realtà e che possa beneficiare dell’esperienza fatta dai nostri vicini.
Ad esempio l’impronta della Legge Gadda è palesemente di carattere sociale: no allo spreco alimentare per motivi solidaristici. Bene, certamente. Ma si perde di vista l’aspetto ambientale: no allo spreco alimentare anche perchè si tratta di uno spreco di risorse ambientali in quanto con il cibo buttato e i relativi costi per il trattamento se ne vanno l’acqua e l’energia impiegate per produrre, trasformare, distribuire quell’alimento. Si pensi alla carne o al formaggio, alle risorse ambientali necessarie per produrli, alla perdita economica complessiva di un loro eventuale spreco… Se si lavora per far emergere questo aspetto si potrà rendere la Legge ancora più incisiva.
Di questa duplice evidenza negativa dello spreco alimentare ci danno indicazione Andrea Segrè e Paolo Azzurro nel loro libro “Spreco alimentare: dal recupero alla prevenzione”, dove stimano in 800 milioni gli esseri umani nel mondo che non hanno cibo a sufficienza mentre un terzo della produzione globale di alimenti si perde o si spreca lungo la filiera che porta il cibo dal campo alla tavola. 1,3 miliardi di tonnellate di cibo destinato al consumo umano non raggiunge mai le tavole.
Non sto poi a parlare dei disastri della globalizzazione per cui in Italia, e anche a San marino, si vendono arance, melanzane e fagiolini prodotti in Marocco o in Tunisia senza alcun controllo, mentre si buttano al macero i prodotti agricoli italiani super controllati perché il prezzo di mercato non ripaga l’agricoltore nemmeno della spesa per la sua raccolta.
Così per produrre il cibo che viene sprecato ogni anno nel mondo usiamo circa 250 miliardi di litri d’acqua, vengono emesse inutilmente in atmosfera l’equivalente di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 e viene utilizzato circa il 30% del suolo agricolo disponibile sul pianeta. In Italia si sprecano ogni anno 149 chilogrammi pro-capite di cibo secondo Eurostat, un dato impressionante nonostante sia inferiore alla media comunitaria (ben 180 kg, per un totale di 90 milioni di tonnellate annue).
Per San Marino non ci sono delle stime precise, ma probabilmente siamo vicini al dato stimato per l’Italia, ovvero in una posizione in cui è comunque necessario intervenire proprio per la particolare odiosità sul piano sociale dello spreco alimentare e per l’enorme sperpero di risorse ambientali che sottintende.
Il tema della riduzione dello scarto alimentare sta diventando in Europa un tema sempre più condiviso a livello politico e sociale, con il coinvolgimento di una fascia sempre più ampia di cittadini, associazioni culturali, comunità scolastiche, esponenti del privato sociale e del mondo economico-produttivo, impegnati nella realizzazione di buone pratiche e campagne anti-spreco.
Queste si rendono evidenti in iniziative quali il recupero dei prodotti invenduti e prossimi a scadenza nella Grande Distribuzione Organizzata, ma riguardano anche altre misure, dai progetti di sensibilizzazione dei ristoratori nella preparazione dei loro piatti, alla formazione per gli addetti al recupero degli scarti della mensa scolastica e dei servizi di refezione ospedaliera, fino alla recente tendenza di associazioni e circoli ad organizzare corsi di “cucina creativa” per recuperare gli avanzi domestici: non a caso, lo spreco alimentare in Europa avviene tra le mura di casa (42%), ancor prima che nel sistema produttivo (39%) e nella distribuzione (5%).
Il problema ha richiamato negli ultimi anni l’attenzione di policy maker, esperti ed innovatori, sia a livello italiano che europeo, i quali hanno dato vita a loro volta a servizi per la riduzione degli sprechi alimentari, facendo leva su soluzioni tanto tecnologiche (app e piattaforme di sharing economy), quanto organizzative (si pensi alla diffusione a livello internazionale dei cosiddetti “frigoriferi solidali” o, in Emilia-Romagna, di progetti quali last minute market e “Brutti ma buoni”).
Avendo a mente questo quadro, l’obiettivo da porsi con una legge sammarinese contro lo spreco alimentare è di favorire in primo luogo la creazione di una “comunità di pratica” della lotta allo spreco alimentare capace di suggerire una serie di iniziative e di azioni concrete, avendo come riferimenti il paradigma dell’economia circolare (allungamento della vita dei prodotti, modifica delle abitudini dei consumatori, sharing economy, recupero e riciclo, acquisti verdi e così via).
Nello stesso tempo è necessario prevedere quelle norme operative – non quindi solo principi generali – che possano semplificare, facilitare ed incentivare la donazione di eccedenze alimentari.
Questo è l’approccio che noi di Sinistra Socialista e Democratica intendiamo perseguire tra prima e seconda lettura, creando un Gruppo di Lavoro ad hoc, aperto al contributo di tutti gli attori interessati, singoli individui, organizzazioni private, con il coinvolgimento degli Uffici e degli Enti competenti.