Grazie Presidente,

Ho sempre sostenuto che siamo le parole che scegliamo di usare. Il nostro linguaggio, le parole che decidiamo di usare e verso chi indirizzarle sono frutto di scelte precise e non del caso. Le parole rappresentano un mondo e un approccio alla realtà, è inutile negarlo: siamo ciò che diciamo, nel bene e nel male.

Non voglio nascondermi dietro un dito e dire che il fenomeno che gli hate speech sia un fenomeno momentaneo: da sempre – e la storia ce lo insegna – i discorsi di odio sono stati indirizzati per fomentare la folla, per non dare il tempo alle persone di sviluppare un proprio pensiero, per indirizzare l’opinione pubblica fomentando la paura e risvegliando gli “istinti elementari” come li ha chiamati il filosofo Levinas.

Stiamo vivendo chiaramente una nuova e brutale ondata: questo è innegabile.

La gravità è che la legittimazione di questa violenza verbale – che spesso nasconde mondi ancora più oscuri, come il razzismo, la xenofobia, il bullismo – sono di fatto legittimati da una politica/ da una classe politica che estremizza e costruisce la delegittimazione seriale dell’avversario per il proprio tornaconto.

Non credendo più a niente, non trovando punti di riferimento solidi, la persona è quindi portata ad ascoltare chi urla più forte, chi individua un nemico, purché questo nemico non sia lei e si sente legittimata a fare discorsi di odio a sua volta. È un processo a cascata, un portare il dito contro “l’altro” e scaricare le proprie responsabilità.

È importante che come classe politica – e in questa Assemblea rappresentiamo tutto l’arco parlamentare da sinistra a destra, da maggioranza ad opposizione – ci rendiamo conto seriamente della responsabilità che abbiamo: i nostri concittadini ci ascoltano, ci prendono come riferimento, quindi i concetti che esprimiamo e come li esprimiamo diventano un messaggio fondamentale. Diventano “rappresentativi”.

A volte dovremmo capire che invece di rincorrere la prossima vittima, dovremmo essere degli esempi positivi. Le persone non ci chiedono di essere inumani, al contrario cercano in noi una spalla, una legittimazione. Noi siamo i loro rappresentanti, ci hanno scelto, quindi il servizio che possiamo rendere è quello di affermare le idee e le proposte che portiamo avanti senza ridicolizzare l’avversario, senza per forza trovare un nemico o uno spettro.

La Collega Kovacs lo dice chiaramente: “i politici hanno un ruolo essenziale nel combattere gli hate speech e l’intolleranza e hanno una responsabilità morale in questo.”

In questo senso l’appello che il Consiglio d’Europa fa agli Stati membri sicuramente sarà efficace e a mio avviso sono tutti interventi giusti, dall’autoregolamentazione negli Statuti ai monitoraggi della situazione nel proprio paese, ma c’è un elemento che arriva prima di qualsiasi indirizzo, l’ovvietà più grande: la responsabilità personale del politico rispetto la comunità – e con comunità mi riferisco alla società del Paese in cui si vive – e il presupposto di lavorare per rendere un servizio ad essa e non pro domo propria.

I discorsi di odio e le manifestazioni di intolleranza si riflettono in tutti gli ambiti della vita, sport incluso.

A mio avviso è importante la cooperazione tra il Consiglio d’Europa e la FIFA e la UEFA perché lo sport deve essere uno strumento di integrazione e di integrità nei valori positivi di cui è portatore. Anche in questo senso mi sento in linea con le proposte contenute nel Report del collega Beus Richenbergh.

In questo senso prendo come esempio l’attività messa in campo a San Marino: il Comitato Olimpico Nazionale crea momenti nelle scuole per parlare del valore dello sport, dell’integrità e del dialogo.

Ringrazio i Rapporteurs confermando il mio sostegno.

Vanessa D’Ambrosio

San Marino – SOC group