Iniziando questo intervento vorrei richiamare quello del più giovane consigliere di questa aula che, nonostante i continui incitamenti provenienti da alcuni consiglieri dell’opposizione, ha evitato di esercitare un ruolo facile che avrebbe sicuramente fatto presa sugli animi più battaglieri, quelli che nella politica vogliono vedere scorrere il sangue. Il suo intervento invece si è addentrato nell’analisi della realtà e ha proposto alcune interessanti vie di uscita.

Roberto Carlini, ma anche il mio Segretario Eva Guidi o Marica Montemaggi o Lorenzo Lonfernini, per citare solo alcuni dei tanti che in quest’aula hanno contribuito alla riflessione assolutamente necessaria, nei loro interventi piuttosto che cadere nella provocazione e rispondere alle invettive,  hanno invece richiamato al senso di responsabilità, con la piena convinzione del momento storico che il Paese sta attraversando, indicando le soluzioni che vanno adottate,  con la consapevolezza che il futuro dei prossimi 20, forse 30 anni della Repubblica, dipenderà dalle scelte che adotteremo oggi.

         Il senso di responsabilità rappresenta la caratteristica fondamentale della buona politica.

La sfida più importante che abbiamo di fronte, che deve tracciare le linee per uscire dalla gravissima crisi in cui siamo, deve essere affrontata con pacatezza e il continuo richiamo alla collaborazione, ma di certo il termine ultimo per decidere da che parte stare, è scaduto ed ora, comunque, chi ha scelto la via dell’impegno deve assumersi le proprie responsabilità ed andare avanti con determinazione.

Se c’è ancora qualcuno che pensa che avere messo in luce i problemi, così come è stato fatto con l’avvio all’AQR e per tutto il 2017, significhi avere generato quegli stessi problemi, è bene che si renda conto che i termini del confronto sono praticamente impossibili.

Continuare a sostenere questa assurdità sarebbe come dire che la colpa del riscaldamento globale è degli ambientalisti che lo stanno denunciando, o degli scienziati che lo hanno rilevato e lo stanno monitorando, e non invece di decine d’anni di inquinamento atmosferico prodotto da un’economia senza regole, divoratrice di risorse.

 Il messaggio è chiaro: chi sostiene questa tesi, non intende assumersi alcuna responsabilità per le soluzioni che occorre definire per rimettere in moto il Paese. Mi dispiace profondamente che questo accada, ma se così è, qualcun altro deve assumersi da solo questa responsabilità, fino in fondo, nonostante sia chiaro che le scelte che dovranno essere adottate non porteranno consenso, almeno nell’immediato, anzi faranno crescere le fila di chi è capace di parlare alla pancia o ragiona con la pancia.

La grande sfida è infatti rappresentata dalle riforme strutturali, con priorità al rapporto fra lo Stato e un’amministrazione pubblica che dovrà costare di meno e crescere, notevolmente, in qualità, all’assetto di una previdenza che richiederà necessariamente più solidarietà intergenerazionale e l’allungamento dell’età pensionabile, all’adeguamento strutturale verso l’economia europea con l’acquisizione delle pratiche migliori in fatto di finanza, commercio, produzione di merci, tassazione diretta ed indiretta.

Sfide epocali che rimodelleranno non solo il bilancio dello Stato, ma l’intero modo di concepire i rapporti di lavoro e i rapporti sociali, riscoprendo, finalmente, valori a cui non eravamo più abituati come quello della competenza, della solidarietà, della fatica, della creatività. Valori che hanno costruito il nostro Paese nell’immediato dopoguerra e che non erano soffocati dai finti e beceri valori della burocrazia, dell’arrivismo, degli azzeccagarbugli che fondano il proprio lavoro sulla generazione dei problemi per giustificare il poco o il nulla che loro stessi riescono a produrre.

Un nuovo Paese, è vero, forse più povero economicamente, del resto come è possibile generare livelli di reddito come quelli prodotti dall’economia dei segreti e degli anonimati, ma sicuramente umanamente più ricco sul piano della convivenza, del rispetto dei propri cittadini fra loro, e degli altri verso di noi.

Un nuovo Paese, un’utopia verso quale tendere, ma che oggi grazie alla crisi, può essere generata. Si, perché non c’è termine migliore nella vita dell’umanità se non questo, la crisi, che i nostri progenitori greci ritenevano essere il preludio di ogni nuova era.

Certo che per trasformare una crisi in nuova proposta occorre gente intelligente, e non mi riferisco solo alla politica, dove forse ci sono i problemi più grandi, ma anche forze sociali, dirigenti, manager privati, cittadini tutti, pronti a pensare e sostenere questo cambiamento che non è indolore, che non è semplice, ma richiede impegno e sacrificio.

Su questo fronte noi dentro a questa aula dovremmo dimostrare di essere all’altezza e solo aprendo il dibattito al ragionamento è possibile individuare le soluzioni.

Non è certo il Fondo Monetario con la sua relazione a darci le soluzioni né a consentirci il cambiamento, ma il fatto che siamo stati sottoposti a verifica, chiunque avesse condotto questa verifica, ci ha fatto interrogare sul nostro grado di capacità di gestire la trasformazione.

Ora è però il tempo di, come dicono i saggi, tirare la linea e fare la somma, cercando di capire chi vuole apportare valori positivi all’addizione e chi invece ancora caparbiamente vuole aggiungere elementi negativi e trasformare quella che deve essere un’addizione, cioè un’uscita in positivo dalla crisi, in una sottrazione che graverebbe pesantemente sul futuro del Paese.

La maggioranza si assume tutta la responsabilità delle scelte ed è decisa a farlo, gli appelli alla collaborazione sono finiti, ora chi ha capito ha capito, non possiamo più permetterci di attendere oltre perché nel 2018 le riforme sostanziali devono essere portate a termine.

Dobbiamo per prima cosa completare la ristrutturazione del sistema bancario fissando i piani strategici di rilancio comprensivi della riqualificazione delle professionalità verso i nuovi servizi che siano funzionali al sostegno dell’economia reale, la pulizia dei bilanci dai crediti non performanti, e corposi piani di rifinanziamento che potranno prevedere potenziamenti anche attraverso nuovi accorpamenti e iniezioni di nuovi capitali.

Dobbiamo rimodellare Banca Centrale affinché sia il garante del sistema acquisendo una forte autorevolezza interna e internazionale, capace di sostenere lo sviluppo del nostro sistema sui mercati esteri.

Dobbiamo mettere in sicurezza il bilancio dello Stato ritrovando il punto di equilibrio delle spese con le nuove entrate che saranno diverse e necessariamente più contenute rispetto al recente passato, non dimenticando che ogni decisione sulla Spesa Pubblica e sulla politica fiscale genera effetti sull’economia privata che è il vero motore dello sviluppo.

Proprio su questo aspetto il 2018 dovrà dare due risposte molto forti: la prima rimodellando le funzioni e la struttura della Pubblica amministrazione tenendo presente che su questo aspetto è importante la Spending review quanto e forse meno della Quality review. La seconda con l’approvazione del Piano Regolatore Generale che avendo a modello l’idea del Giardino d’Europa, possa far convergere le forze dei professionisti e delle imprese, nella direzione della rigenerazione di un territorio martoriato al pari dell’economia, dalla insipienza degli speculatori.

Dobbiamo affrontare con decisione l’accordo con l’Europa in sintonia con le proposte che ci provengono dalla amica Repubblica Italiana, generando un modello, come ha detto il Presidente Tusk ai nostri Capi di Stato, che sia di esempio per i nuovi rapporti che il continente è chiamato a stringere con tutti i Paesi che intendono partecipare al più importante progetto di civiltà che la storia recente ricordi.

C’è infine la questione del finanziamento del debito che decenni di inconsapevolezza, hanno generato. Ebbene su questo fronte la strada che deve essere tracciata ci può aiutare a sostenere anche il resto del progetto: rivolgersi al Fondo Monetario, avendo ben chiaro che il percorso riformatore è quello che abbiamo scelto noi e che salvaguarderà pedissequamente il nostro sistema sociale, sanitario e dell’educazione, significa da un lato cercare di ottenere un finanziamento importante a basso costo, ma soprattutto l’aspettativa è quella di ottenere un’assistenza tecnica e una certificazione autorevole, capace di dimostrare al resto del Mondo che San Marino ha un piano affidabile di uscita dalla crisi, ha una classe dirigente in grado di attuarlo, ha forze sociali e politiche che intendono sostenerlo a prescindere da chi governa e governerà, ha cittadini convinti che questo cambiamento porterà nuova linfa e fiducia ad un’economia nuova, concreta, solida, reale, basta sul lavoro e l’intelligenza delle persone.

Chi c’è per affrontare questa sfida, batta un colpo, noi ci siamo e lo faremo comunque.