Leggendo i quotidiani o semplicemente ascoltando il telegiornale, si sente sempre più spesso parlare di attacchi d’odio che si declinano in bullismo, cyberbullismo, violenza fisica e psicologica, razzismo.

Il quadro non è dei più rosei, ma ognuno di noi, con l’aiuto di chi gli sta accanto, può attivarsi per invertire questa tendenza negativa che vede l’odio e la violenza sempre più come qualcosa di “quotidiano”, “normale”. Non possiamo né dobbiamo abituarci a tutto ciò. Per questo motivo è nata nel 2012 la campagna “No Hate Speech Movement”, promossa dal Consiglio d’Europa: una call to action indirizzata alle giovani generazioni, che le investe della responsabilità di promuoverla, promuoverne i valori e mettersi in prima linea, per fare la differenza.

I giovani sono i protagonisti e le Istituzioni – nazionali e sovranazionali – insieme alle Associazioni, sono al loro servizio, dandogli il supporto necessario.

La lotta ai discorsi d’odio, nelle sue infinite e preoccupanti sfumature, coinvolge tutti e a tutti i livelli; così i ragazzi mettono in campo azioni virali sia in rete sia sul territorio, le Istituzioni si impegnano a normare in modo adeguato i reati, il Consiglio d’Europa di discutere i dati, elaborare linee d’indirizzo e tentare di avere ed offrire una visione la più completa possibile.

Durante il semestre reggenziale, insieme alla collega Mimma Zavoli, ci siamo interrogate su cosa avremmo potuto fare per coinvolgere in maniera attiva i nostri ragazzi, i nostri studenti, i giovani adulti di oggi e di domani.

Partendo da questa precisa volontà, abbiamo coinvolto tutte le scuole di ordine e grado affinché elaborassero progetti per la campagna “No Hate”. Quello che volevamo emergesse era il punto di vista degli studenti e quindi anche la declinazione del tema doveva partire da loro.

Troppo spesso, quando si parla di giovani, si cade nell’errore di dare per scontato la loro opinione e si crede di conoscere già tutto; in realtà, il loro punto di vista è quanto mai prezioso perché offre una prospettiva diversa, soluzioni alternative e ci mette di fronte ad una realtà che si ha la presunzione di conoscere, ma di cui si ha solo un’opinione soggettiva.

Temi come l’odio razzista, la discriminazione, il bullismo e la versione “cyber” di tutto, sono problemi che molto spesso le ragazze e i ragazzi affrontano e con cui si scontrano, sia attivamente che passivamente, ed è lì che le Istituzioni devono arrivare e conoscere le dinamiche. Questa è la sfida che insieme a Mimma ci siamo poste e che abbiamo condiviso con le scuole.

Il progetto sta proseguendo e iniziano ad arrivare i primi risultati; una volta raccolto tutto il materiale elaborato lo presenteremo al Consiglio d’Europa, in linea con la nostra storia e attività in quel consesso.

L’attenzione su questi temi deve essere sempre alta, da parte di tutti: per spiegarne il motivo, porto all’attenzione il lavoro che abbiamo fatto a gennaio, durante la plenaria del Consiglio d’Europa.

Durante i lavori della Commissione per l’Uguaglianza e la Non-Discriminazione, abbiamo affrontato il tema della cyberviolenza contro ragazze e donne. Con la diffusione della rete mobile e l’avanzamento tecnologico si va ad aggravare la situazione e si moltiplicano le forme di violenza. I numeri spaventano: oltre il 70% delle donne ha subito una forma di violenza sessuale e oltre il 77% delle donne ha subito una forma di cyber violenza. Nel 2017 ci sono stati due casi, uno in Svezia e uno negli USA, di stupri messi in diretta sui social. Le percentuali che riguardano il bullismo e il cyberbullismo sono altrettanto spaventose.

Mentre scrivo questi dati, non posso non pensare all’orrore di ciò che sta dietro i numeri, alle responsabilità a tutti i livelli e al caos di essere sempre più connessi per essere sempre più soli e lontani, troppo spesso, dalla realtà e dall’umanità. In una società sempre più improntata sull’individualità, sull’apparenza, la risposta non può che essere corale, dinamica e concreta: per questo motivo coinvolgere i giovani, le scuole, le famiglie e le Istituzioni è fondamentale per creare quella rete di consapevolezza e di protezione per tutti.

Come ideato dai ragazzi della Scuola Media Inferiore di Fonte dell’Ovo: “Usare le parole d’odio è come parlare al contrario”.

 

Vanessa D’Ambrosio