Da qualche anno all’inizio dell’autunno, si svolge a Pennabilli la “Fiera degli antichi frutti d’Italia”, un invito alla riflessione sull’importanza di preservare il tesoro che la natura da sempre ci dona, di tutelare quel patrimonio universale inestimabile che è la biodiversità: un’enorme varietà di geni, specie ed ecosistemi; e, come detto nella relazione unica al progetto di legge, maggiore è il numero e la diversità della specie in natura, maggiore è la probabilità che almeno qualche specie sopravviva ad un evento catastrofico, quali siccità prolungata o altro.

Sicuramente questa fiera prende spunto dall’Orto dei Frutti Dimenticati, voluto dal Maestro Tonino Guerra, che a Pennabilli ha vissuto. Alla fiera si possono vedere i frutti della terra così com’erano e come sono stati trasformati nei decenni, selezionati dall’uomo, salvati nella propria antica forma e riportati alla luce. Un esempio per tutti la pannocchia del Principe di Scavolino, una specie antica, capace di resistere alla siccità e ai parassiti senza uso di pesticidi o altre sostanze chimiche. Una pannocchia di una qualità straordinaria, la cui polenta è veramente unica.

Si, perché prima che la scienza genetica fosse largamente impiegata in agricoltura per la costituzione di nuove varietà omogenee, la selezione delle varietà locali coltivate da parte degli agricoltori era influenzata dalle condizioni ambientali (clima, terreno, tipo di coltura, resistenza ai parassiti).

Dal neolitico fino ad oggi le varietà locali sono state riprodotte principalmente ricorrendo all’autoproduzione, che consiste nel fare crescere una pianta, dalla cui raccolta del seme, fatta direttamente in azienda, è possibile ottenere del materiale riproduttivo da utilizzare l’anno successivo e riprodurlo così all’infinito.

Oggi in agricoltura la ricerca pilotata dalle multinazionali di biotecnologie agrarie hanno creato semi che producono frutti perfetti, ma per arrivare a maturazione, hanno bisogno di trattamenti chimici massicci e regolari con tonnellate di pesticidi; un esempio per tutti la coltivazione della soia che sta devastando l’Amazzonia e la Bolivia; oltre a questo, sono semi geneticamente modificati che non germogliano, quindi non possono essere riutilizzati per la semina dell’anno successivo, come di consuetudine i contadini hanno sempre fatto attraverso l’autoproduzione; questa caratteristica ovviamente serve per costringere i contadini a comperare ogni anno i semi dalle multinazionali. E questa è una delle principali cause del fallimento di molte aziende agricole nei paesi asiatici e africani.

Una tendenza invasiva che per noi di Sinistra Socialista Democratica deve essere invertita a livello economico e soprattutto a difesa della biodiversità, in quanto pilastro fondante della vita sulla Terra.

La Legge dei Semi arrivata in seconda lettura, va in questa direzione.

Il miglioramento genetico è visto in funzione della valorizzazione della biodiversità, infatti l’art.6 al comma 1 favorisce l’ampliamento della biodiversità, la tutela delle varietà agricole locali e il comma 2 vieta in Repubblica la coltivazione di varietà transgeniche OGM.

In particolare la Legge dei semi punta alla conservazione, alla ricerca e alla raccolta dei semi, alla loro documentazione e valutazione, finalizzate alla realizzazione di uno sviluppo agricolo sostenibile per il futuro delle prossime generazioni.

Un punto qualificante di questa legge è l’art.8, che sancisce la sovranità dei diritti dell’agricoltore. Ogni agricoltore è libero di selezionare, conservare, auto-produrre i semi necessari alle sue coltivazioni, scambiarle, condividerle o venderle.

Questo punto sembra una ovvietà, in realtà non lo è, infatti è stata presentata dalla Commissione Europea il 6 maggio 2013 una proposta di legge con nuove regole sul commercio delle sementi, nella quale si obbliga l’utilizzo di sementi certificate, anche OGM, per 150 specie ritenute importanti per il mercato europeo (come il mais Mon810), generando così un enorme monopolio.

Noi di Sinistra Socialista Democratica siamo contro ogni tipo di monopolio, in ogni settore.

La proposta di legge della Commissione Europea non è ancora passata. Le coltivazioni OGM e l’utilizzo di sementi OGM non sono attualmente ammessi in Italia, ma nonostante ciò alcuni agricoltori del Friuli le stanno usando. Denunciati, sono ricorsi alla Corte di Giustizia europea, che il 13 settembre scorso ha dichiarato illegittimo il decreto interministeriale del 2013, in cui si vieta la coltivazione di Ogm in Italia.

È quindi molto attuale e lungimirante l’indicazione della Segreteria di Stato al Territorio, in linea con gli obiettivi auspicati nella prima fase di elaborazione del Piano Regolatore Generale, e cioè l’obiettivo di avere su tutto il territorio coltivazioni biologiche e OGM free.

Fondamentale il comma 2 dell’art. 12 di questa Legge nel quale si vietano monopòli che impediscano agli agricoltori di beneficiare di un’ ampia scelta di varianti sulla scelta dei semi e soprattutto dell’autoproduzione.

Come molto positiva è l’istituzione della biblioteca digitale di conoscenze tradizionali e risorse biologiche, una banca dati per la conservazione dei saperi, per promuoverle alle nuove generazioni, insieme alla collaborazione fra gli agricoltori.

Ringrazio i proponenti di questo prezioso progetto di legge di iniziativa popolare, del quale si parlerà sicuramente anche oltre i nostri confini. In particolare ringrazio la Fondazione “Banca della Vita” che ha redatto un testo di altissimo valore scientifico, prodotto da un gruppo di lavoro composto da personalità di livello internazionale, fra i quali i professori Buiatti, Ceccarelli e Vandana Shiva; ringrazio infine la relatrice, dottoressa Francesca Piergiovanni, che ha adattato tale testo alla legislazione sammarinese.

Questo PdL è stato promosso all’unanimità in Commissione IV, e anche questo fatto è estremamente positivo.